Il risarcimento del “danno riflesso”

Argomento centrale nei più recenti arresti della Corte di Cassazione è quello relativo alla legittimazione ad agire per il risarcimento del danno ex art. 2059 c.c. quando la pretesa risarcitoria è avanzata da soggetti che non sono diretti destinatari delle conseguenze pregiudizievoli del fatto illecito. La questione giuridica è da tempo sottoposta all’esame dei giudici di legittimità, le più recenti elaborazioni dottrinarie e giurisprudenziali descrivono tale sottocategoria del danno non patrimoniale come “danno riflesso”. Con tale espressione si suole indicare il pregiudizio arrecato ad un soggetto terzo, ovvero vittima secondaria del fatto illecito, rispetto al soggetto danneggiato, ma pur sempre destinatario delle conseguenze pregiudizievoli subite da quest’ultimo per effetto dell’altrui condotta illecita. In merito, sia la dottrina che la giurisprudenza dominante hanno affermato che, nel caso di un danno ingiusto causato da fatto illecito altrui, un danno non patrimoniale (morale ed esistenziale) sia da rinvenirsi per rimbalzo o riflesso anche in capo al familiare convivente della vittima primaria, in quanto lo stesso subisce, di fatto, sia un danno patrimoniale, derivato dal venir meno dell’attività lavorativa del soggetto leso, sia un danno non patrimoniale, che si configura in un danno alla vita di relazione, stante l’evidente lesione del diritto costituzionalmente garantito dell’hedonic damage, inteso come stato di benessere non solo fisico, ma anche mentale, socio-personale e relazionale. Sul punto è importante, pertanto, il richiamo alla giurisprudenza della Corte di Cassazione, la quale ha specificato che nei casi di danno riflesso o di rimbalzo, particolare attenzione debba essere accordata alla lesione della posizione giuridica protetta, poiché, nel caso di evento plurioffensivo, la lesione è contestuale e immediata per tutti i soggetti che sono titolari dei vari diritti incisi, verificandosi, di fatto, una propagazione delle conseguenze dell’illecito alle vittime secondarie: “Allorché un fatto lesivo abbia profondamente alterato quel complessivo assetto, provocando una rimarchevole dilatazione dei bisogni e dei doveri e una determinante riduzione, se non un annullamento, delle positività che dal rapporto parenterale e affettivo derivano, il danno non patrimoniale consistente nello sconvolgimento delle abitudini di vita in relazione, all’esigenza di provvedere perennemente ai bisogni del familiare (e/o convivente) deve senz’altro trovare ristoro nell’ambito della tutela ulteriore apprestata dall’art. 2059 in caso di lesione di interessi costituzionalmente protetti (Cass. Sez.III Civ. sent.n. 8827 del 2003- Cass. Civ. Sez Un. 9556 /2002- Cass. sent.2 febbraio 2001 n. 1516)”.Alla luce di tale impostazione è possibile offrire una tutela ai rapporti tra vittima-danneggiato e soggetti legati al primo da un legame di solidarietà, che si fonda non solo su di un rapporto di coniugio ma anche di convivenza. In merito le posizioni della giurisprudenza di merito non sono omogenee, in quanto si riscontrano due divergenti orientamenti: l’uno che, aderendo alla tesi tradizionale, esclude il diritto del convivente, in particolare il convivente more uxorio, al risarcimento dei danni derivanti dalla morte del de cuius. Tale assunto muove dalla considerazione dell’assenza di un vincolo giuridico tra le parti e dalla precarietà dello stesso. All’opposto, una tesi evolutiva considera risarcibile anche il pregiudizio del convivente a seguito della morte della vittima, laddove lo stesso dimostri che sussisteva tra gli stessi una relazione stabile e consolidata, equiparabile al rapporto di coniugio. La Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione (sent. 8976/05) ha precisato che il convivente che intende agire per il risarcimento deve però “dimostrare l’esistenza e la portata dell’equilibrio affettivo – patrimoniale instaurato con la medesima, e perciò, per poter essere ravvisato il vulnus ingiusto a tale stato di fatto, deve esser dimostrata l’esistenza e la durata di una comunanza di vita e di affetti, con vicendovole assistenza materiale e morale, non essendo sufficiente a tale fine la prova di una relazione amorosa, per quanto possa esser caratterizzata da serietà di impegno e regolarità di frequentazione nel tempo, perché soltanto la prova della assimilabilità della convivenza di fatto a quella stabilita dal legislatore per i coniugi può legittimare la richiesta di analoga tutela giuridica di fronte ai terzi”. La Corte ha, altresì, precisato che “quanto poi alla prova di tali elementi strutturali e qualificativi, concreti e riconoscibili all’esterno, presupposti dì esistenza della convivenza more uxorio e parametri caratterizzanti la stessa, può esser fornita con qualsiasi mezzo (articolo 2697 c.c.). Tale relazione può essere provata anche mediante il rapporto svolto dall’investigatore privato a seguito di apposita indagine circa la sussistenza del rapporto di convivenza more uxorio.

Avv. Rosina Maiorano
Studio Legale Maiorca
Risarcimento del Danno

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